Padova - Il Culto universale dei Santi Medici - Iconografia e Venerazione dei santi Cosma e Damiano

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Padova

Il Culto

nche la città di Sant'Antonio é interessata alla iconografia dei santi Cosma e Damiano, infatti l'elemento che Li accomuna é la chiesa degli Eremitani. Questo

luogo sacro venne costruita tra il 1276 ed il 1306 come sede dell'ordine agostiniano degli Eremitani, fondato nel 1256. Nel 1944 subì pesanti distruzioni a seguito del secondo conflitto mondiale, in seguito ricostruita fedelmente: quasi completamente persi sono i notevoli affreschi che ricoprivano le cappelle laterali ed il presbiterio.

La chiesa ha una struttura a navata singola. La semplice facciata a capanna è preceduta da una struttura in pietra che racchiude l'ampio portale; ai lati due coppie di archi creano delle profonde nicchie continuando anche sul fianco destro. La lunga navata della chiesa termina in un prebiterio dove si apre un'abside centrale affiancata da due strette absidi laterali che non sporgono all'esterno. Molto elegante è il presbiterio con le strette absidi dagli slanciati archi trionfali. A destra troviamo la Cappella Ovetari, eretta da Antonio Ovetari e fatta affrescare dalla moglie dopo la morte del marito. L'incarico fu affidato a Giovanni d'Alemagna, Antonio Vivarini, Niccolò Pizzolo, Ansuino da Forlì e al giovane Andrea Mantenga, all'epoca diciassettenne e allievo dello Squarcione.
Il bombardamento dell'11 marzo 1944 polverizzò la Cappella Ovetari e del Mantenga oggi rimangono solo i due riquadri inferiori della parete destra della Cappella: l'Assunta nell'abside e il Martirio di San Cristoforo, che staccati verso la fine dell'800, in quanto già danneggiati, 

si salvarono fortunatamente al bombardamento.
Segue la Cappella Sanguinacci, dalla Famiglia che ne ebbe il patronato, con il sarcofago di Ilario Sanguinacci, una tra le opere più riuscite dello scultore trecentesco Paolo Jacobello. Nella parete di destra in alto Madonna in trono col Bambino in piedi, tre santi ai lati e un offerente inginocchiato attribuita a Giusto de' Menabuoi. La cappella conserva poche tracce della decorazione del primo Trecento; in alto la parte destra è affrescata con la Madonna e i santi Cosma e Damiano, dentro la cornice sono divisi da una colonna a tortiglione che regge due archi trilobati risalente circa al quarto decennio del secolo XIV. I Santi Medici nimbati sono vestiti di rosso con mantellina di ermellino e con berretto rosso guarnito di vaio, il primo santo ha nella mano destra l’albarello. L’ opera è del “Maestro del Coro Scrovegni”, artista giottesco locale [263].

Forse l’immagine piú antica e più rappresentativa del culto dei Nostri è rappresentato dall’affresco della cupola del battistero della cattedrale. Il battistero ha pianta quadrata con alto tamburo circolare e cupola e un'abside con cupoletta. Il ciclo di affreschi voluti da Francesco da Carrara il Vecchio e da sua moglie Fina Buzzaccarini lo rende straordinario: commissionati a Giusto de' Menabuoi rappresenta ancora oggi uno dei cicli pittorici più spettacolari e meglio conservati del Trecento. In tutto un centinaio di scene, eseguite tra il 1375-78 con le storie della Genesi, dell'Apocalisse e di S.Giovanni Battista., affresco detto del “Paradiso”, opera definita il capolavoro del Nostro. In esso è rappresentato il Cristo Pantocratore, secondo lo schema dantesco, circondato in gironi dalla Vergine, dagli Angeli, dai Santi e dai Martiri. A proposito di Martiri, alla destra del Cristo, in seconda fila, si notano i Santi Medici nimbati, dai capelli biondi ricciuti, della stessa età, evidenziati dal berretto rosso, caratteristica del copricapo dei medici. La figura alla sinistra, di chi guarda, tiene sulle ginocchia un libro aperto e, nella mano destra, un vasetto, probabilmente porta unguenti. Il fratello ha la collarina bianca che ci fa pensare a Cosma, sempre ricordato nelle rappresentazioni come medico; ha nella mano sinistra la scatola divisa in riquadri, forse porta trocisci,pillole generiche, e nella mano destra due bastoncelli adoperati nei salassi. Ambedue vestono la tunica rossa accollata e, ai piedi, calzari pure rossi.

Un altro segno lasciato dai Nostri lo riscontriamo nella Basilica di Sant’Antonio, che non finisce mai di stupire per i suoi tesori d’arte, nella cappella detta della “Madonna mora”, alla sinistra dell’entrata si nota di ignoto artista un affresco mutilo nella parte inferiore, forse del secolo XIV, recentemente scrostato, lavato, restaurato, che rappresenta il Redentore con alla sua destra san Pantaleon, medico e martire, e alla sinistra Cosma e Damiano. L’ autore, secondo qualche studioso, potrebbe trattarsi di un artista della scuola di Tommaso da Modena. I due Santi tengono in mano l’albarello, uno porta il copricapo bordato di vaio e il mantello rosso e, dall’abbigliamento, potrebbe essere Cosma, mentre l’altro, a capo scoperto, con veste verde finemente pieghettata con larghe maniche, potrebbe essere Damiano. Sul bordo inferiore dell’affresco un ignoto devoto, in tempi successivi, esaudito nelle sue preghiere, dedicò la tavoletta di marmo bianco: “P. G. R. 16 giugno 1875”.

Nel vicino oratorio di San Giorgio, affrescato da Altichiero da Zevio (1330-1390) con episodi del martirio di san Giorgio, l’Annunciazione, la Natività, l’Epifania, la fuga in Egitto, notiamo, appena entrati, sulla destra nella parte piú bassa della strombatura di una finestra, l’inizio dell’affresco in verticale con una serie di santi sui lati della finestra; i primi due a fronte rappresentano a mezzo busto Cosma e Damiano. Hanno in capo il berretto rotondo guarnito di vaio e sul dorso la mantella di ermellino su veste rossa.

Nella Basilica di Santa Giustina, due grandi tele, nelle ali del transetto, raffigurano due momenti del martirio dei Santi dei quali pubblico i due particolari piú interessanti. Il martirio del fuoco e il martirio per annegamento dei Santi, salvati dagli angeli. I quadri, attribuite originariamente a Giovanni Balestra (1666-1740), si trovavano nella chiesa della Misericordia delle monache benedettine situata poco lontano e ora non piú esistente. Questo monastero conteneva un altro quadro intitolato “Azioni dei Santi Cosma e Damiano” di Pietro Ricchi, detto il Lucchese (1606-1675), realizzato con una tecnica che si dimostrò infelice per cui andò disperso.


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