Mamoiada - Il Culto universale dei Santi Medici - Iconografia e Venerazione dei santi Cosma e Damiano

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Mamoiada

Il Culto

Il complesso religioso-edilizio-architettonico del Santuario e la festa dei santi martiri Cosma e Damiano sono il riferimento principale dei cittadini di Mamoiada, cittadina a

pochi chilometri di Orgosolo in Sardegna. Di questo complesso abbiamo notizie da l’Angius nel libro sugli “Stati del Regno di Sardegna” edito dal Casalis nel 1834 che così scrive: “L’altra chiesa si trova sulla via per Fonni, dedicata ai Santissimi Martiri Cosma e Damiano; é anch’essa assai antica”.

Questa, scrive ancora il Casalis, sorge in un amenissimo piano con intorno bellissime fonti e tra esse assai rinomata quella che sorge nel cortile dell’Ospizio dei novenanti per la perennità, freschezza e leggerezza.

La sua festa, scrive ancora lo storico, ricorre nel 27 settembre ed é assai popolata. Gran numero di devoti si sofferma per tutta la novena, e i negozianti dei prossimi dipartimenti vi espongono in vendita le loro merci per alcuni giorni e tengono una fiera che si può annoverare tra le principali che si celebrino in quelle regioni.

Lecita la domanda: “A quando risale la chiesa e il complesso delle cumbessie di San Cosimo e Damiano ?”

simulacri dei Santi Medici di Mamoiada

La risposta non é facile perché mancano documenti storici con date e descrizioni; si possono fare delle supposizioni che ci auguriamo possano essere suffragate dagli studi che speriamo si possano fare. L’unica data certa é su una delle campane che troneggiano nella piccola cella campanaria ed é del 1666. Per il resto si va nel campo della interpretazione degli stili Bizantino e Romanico che compaiono nella Chiesa. Allo stile Bizantino ci riportano soprattutto alcuni affreschi che si trovano a fianco dell’altare e nella parte posteriore che era sicuramente la prima chiesa o capella; e allora se la supposizione fatta da alcuni studiosi é vera, San Cosimo risalirebbe al VII secolo d. C. e conseguentemente é la chiesa più antica di tutta la Barbagia.


Attorno alla chiesa, come é nella tradizione dei villaggi religiosi greci, si é costruito il complesso delle cumbessie; lungo i secoli riattate, ampliate e ricostruite. La stessa sorte è toccata anche alla chiesa che nella struttura attuale risulta ampliata almeno in tre tempi successivi e allungata con una caratteristica che é propria solo di questa chiesa: cioè l’avere il pavimento in discesa verso l’ingresso principale. In questo luogo ricco di storia si rinnova la novena e la festa dei Santi naschidos in Egea, de Arabia grande zittade per opera di un comitato che provvede alla manutenzione ordinaria e straordinaria dei locali e organizza, sotto la direzione del parroco, la festa civile e religiosa.

Tutti gli anni la festa per i santi Cosma e Damiano con le varie manifestazioni culturali, folcloristiche, musicali, ippiche e automobilistiche è motivo di attrazione per tutte le genti della Barbagia di Ollolai e costituisce il momento più alto dell’impegno civile del popolo mamoiadino onesto, laborioso e intelligente [281].

San Cosimo ha uno stile personalissimo, anche se più o meno tutte le sue  cumbessíe sono state ricostruite una ventina d’anni fa sulle vecchie,  che erano anche meno numerose. È riuscito a darsi quello stile sobrio  dell’architettura rustica di montagna, con le pietre a vista,  caratteristico dei paesi della zona – Mamoiada, Orgosolo, Fonni in  particolare – peraltro violentemente rifiutato in questi ultimi due  anni, che stanno vedendo tutti i paesi trasformarsi in grossi cantieri  edili, perché ciascuna famiglia ha voluto, e nello stesso tempo, la casa  
«alla moderna», e se la sta ricostruendo con le rimesse degli emigrati o  coi mutui regionali. Tra poco se si vuole ancora trovare un  esempio di architettura rustica, non resterà che San Cosimo. Ma già anche  qui si parla di trasformazione, modernizzazione. È questo un novenario,  come dire, ancora più pastorale degli altri. Non so se dal suo  censimento risulta una effettiva presenza numerica di pastori  proporzionalmente maggiore a quella degli altri novenari: si vuol dire  che la presenza di un’economia pastorale qui la si avverte in modo più  immediato.  San Cosimo è infatti al centro di una delle zone di pascolo  migliori del Nuorese. Tutto l’altopiano, il Marghine, è solcato da una  fitta rete di sentieri, che più o meno convergono qui; a vista  d’occhio, a pochi chilometri di distanza, scorgo Sa Itria (La Madonna  d’Itria) di Gavoi, dove pure c’è un novenario. È un pascolo estivo,  perché il freddo vi scende presto: ai primi di novembre perciò i pastori  transumano verso sud o verso le piane attorno a Nuoro, per tornare  in montagna ai primi di maggio. Son questi dunque i mesi in cui  l’altopiano vive la sua vita di lavoro: si vedono transitare numerose  greggi, e perfino alcuni gruppi di residenti alla novena hanno il  capofamiglia nelle vicinanze, con le pecore. Puo far visite saltuarie e farsi vivo, al massimo, il giorno della festa. Tornano nei  discorsi i soliti problemi: il latifondo, la più parte dell’altipiano è  di proprietà di una sola famiglia, i prezzi dei pascoli e del  formaggio, eccessivi i primi, irrisori i secondi, e per di più fissati  in anticipo, per cui tutto il rischio ricade sul pastore. E i rischi  sono molti, a partire da quello più consueto: la siccità, che fa stragi  di bestiame. Paradossalmente, chi si avverte in situazione meno precaria  è il servopastore che, rifiutando il tradizionale compenso in natura,  cioè in pecore e agnelli, che gli offriva con gli anni una certa possibilità di mettersi in proprio, preferisce ora assumere la figura  del salariato, che gli consente almeno di evitare i rischi  dell’imprenditorialità. La popolazione di San Cosimo appare formata   prevalentemente dagli abitanti di Mamoiada: è infatti il loro centro  sacrale. Un certo numero di essi vi risiede, spesso per villeggiare;  altri fanno la novena ogni giorno, a piedi o in automobile. Ma è anche  questo un istituto intertribale, ed ha una popolazione abbastanza  variata: si viene da tutti i paesi della zona, ed è ben presente, anche a  livello di consapevolezza,il fatto che trovarsi qui significhi avere  molte possibilità di incontro e mettere le basi per relazioni, destinate  poi a conservarsi. Una donna di Orgosolo mi dice che l’anno passato si  era fatta, qui a S. Cosimo, ben dieci comari, con cui poi si scambiò  delle visite. La vita delle prime ore del mattino  appare, come al  solito, chiusa, intrafamiliare. Gli unici capannelli sono quelli degli  orgolesi, che leggono il giornale. Siedono sulla porta, a gruppetti di  quattro o cinque uomini, e magari anche unpaio di donne anziane; uno  legge ad alta voce le notizie che interessano, e cioè – com’è  prevedibile – quelle sul banditismo; gli ascoltatori sottolineano con  esclamazioni, commentano, discutono.Si sussurra che Mesina sia in  circolazione nei paraggi, ma gli orgolesi tacciono. C’è anche al  novenario la madre del suo rivale Muscau, la cui uccisione fece  scegliere a Grazianeddu la strada dell’esilio. Con grande stile, afferma  di avere perdonato all’uccisore del figlio. Poi si chiude in un  dignitosissimo  silenzio.Gli orgolesi si sono dimostrati, nei nostri  confronti, i più chiusi, quasi ostili: ed hanno le loro buone ragioni,  maledettamente stufi, come sono, di sentirsi al centro di un’attenzione  curiosa, che li vuole tanto «diversi» dagli altri, quando i loro  problemi non sono che gli stessi di tutto il travagliatissimo Nuorese.  (Comunque, il nostro rapporto con gli orgolesi ha potuto risolversi,  grazie a una famiglia di vecchie amiche, incontrata due porte più in là  di quella che ci era stata chiusa in faccia). Il pomeriggio, al solito,  le relazioni si intensificano: ci si scambiano visite, ci si prestano  oggetti (pentole, stoviglie), si fanno altri capannelli per giocare a  tombola o a carte, o semplicemente per conversare; la sera, si balla,  alla sarda o alla moderna. Ma sono ancora deserte le «logge» per i  mercanti, conservatesi (come ormai capita raramente di vedere) intatte  nella loro forma arcaica. Sono a doppia fila, una addossata al fianco  della chiesa, l’altra di fronte, in modo da lasciare nel mezzo un grosso  vicolo per i passanti.

Qui, come anche a Gonare,  l’aspetto devozionale è forse più rimarcato: non nel senso di un  intensificarsi delle pratiche religiose, che sono sempre le stesse, ma  per la partecipazione ad esse di tutto il gruppo compatto dei novenanti.  
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